Spesa sempre più cara: perché i prezzi non scendono
Quando si legge che l’inflazione sta diminuendo, l’aspettativa naturale è che anche i prezzi della spesa tornino indietro, riportando sugli scaffali valori simili a quelli di qualche anno fa; nella realtà, però, la riduzione dell’inflazione significa quasi sempre una cosa diversa: i prezzi continuano a salire, ma lo fanno più lentamente. Questo equivoco è alla base di una sensazione diffusa, ovvero quella di pagare sempre di più anche in presenza di indicatori macroeconomici apparentemente rassicuranti.
Il motivo per cui la spesa resta cara non dipende da una singola causa, ma da un insieme di fattori strutturali che coinvolgono costi energetici, filiere produttive, logistica, politiche commerciali della grande distribuzione e dinamiche di domanda e offerta. In molti casi, inoltre, ciò che aumenta non è soltanto il prezzo nominale del prodotto, ma anche la percezione di rincaro legata a confezioni più piccole, promozioni meno convenienti e maggiore incidenza di prodotti trasformati, spesso più costosi rispetto alle alternative base.
Inflazione in calo non significa prezzi in calo: come leggere i dati
Quando l’inflazione scende, significa che la variazione percentuale dei prezzi rispetto all’anno precedente si sta riducendo, non che i prezzi stiano diminuendo. Se un prodotto alimentare è aumentato del 10% un anno e poi del 3% l’anno successivo, l’inflazione è effettivamente scesa, ma il prezzo finale è comunque più alto rispetto al punto di partenza, perché l’aumento del primo anno rimane incorporato.
Questo meccanismo spiega perché, dopo una fase di forte inflazione, il ritorno a una situazione più stabile non porta automaticamente a un ribasso della spesa. Per vedere una riduzione dei prezzi sarebbe necessaria una fase di deflazione, cioè una diminuzione generalizzata dei prezzi, evento raro nelle economie moderne perché può generare effetti negativi su consumi e investimenti.
Nel caso dei beni alimentari, inoltre, la dinamica dei prezzi segue spesso percorsi più rigidi rispetto ad altri settori, perché le imprese tendono a mantenere i listini elevati una volta che il mercato si è abituato a determinate soglie di prezzo, soprattutto quando la domanda rimane relativamente stabile.
Costi di produzione ancora elevati: energia, materie prime e packaging
Uno dei motivi principali per cui i prezzi della spesa non scendono riguarda il fatto che molti costi di produzione, pur essendosi ridotti rispetto ai picchi, restano più alti rispetto ai livelli pre-crisi. L’energia è un esempio evidente: anche quando gas ed elettricità calano rispetto ai massimi, il costo medio sostenuto da aziende agricole, industrie alimentari e trasportatori può rimanere superiore rispetto agli anni precedenti, incidendo sul prezzo finale del prodotto.
A questo si aggiunge il costo delle materie prime agricole, che risente di variabili climatiche, tensioni geopolitiche e oscillazioni del mercato internazionale. Grano, mais, oli vegetali e mangimi per allevamenti sono prodotti fortemente esposti alle dinamiche globali, e una variazione anche moderata si riflette su pane, pasta, carne e latticini.
Il packaging ha assunto un peso crescente, perché materiali come plastica, vetro e alluminio hanno subito aumenti e instabilità legate sia ai costi energetici sia alle politiche ambientali e alle normative sui rifiuti. Anche quando la materia prima scende, le aziende tendono a mantenere prezzi più alti per recuperare margini persi durante le fasi di volatilità, soprattutto se hanno sostenuto contratti di fornitura stipulati in periodi di prezzi elevati.
La filiera alimentare è lunga e ogni passaggio aggiunge costi
La spesa che arriva al consumatore è il risultato di una filiera composta da molte fasi, e ogni fase introduce costi che non sempre si riducono con la stessa velocità con cui scendono gli indicatori macroeconomici. Produzione agricola, trasformazione industriale, stoccaggio, trasporto refrigerato, distribuzione e vendita al dettaglio sono passaggi che richiedono energia, manodopera e infrastrutture, con costi che spesso rimangono stabili anche quando le materie prime calano.
Un aspetto rilevante riguarda la logistica: carburanti e trasporto su gomma incidono in modo diretto sui prezzi alimentari, e anche una riduzione del prezzo del petrolio non produce automaticamente un taglio proporzionale nei costi di trasporto, perché entrano in gioco pedaggi, manutenzione dei mezzi, assicurazioni e, soprattutto, salari. La manodopera logistica è diventata più costosa per effetto dell’aumento generale del costo del lavoro, e questo elemento tende a essere permanente.
In parallelo, le aziende hanno dovuto adattarsi a nuove esigenze di tracciabilità, controlli sanitari e standard di sicurezza alimentare, che richiedono investimenti in tecnologia e processi interni. Questi costi, una volta introdotti, raramente vengono eliminati e vengono distribuiti sui prezzi finali.
Margini, strategie commerciali e dinamiche della grande distribuzione
Un’altra ragione per cui i prezzi non scendono riguarda le politiche commerciali della grande distribuzione organizzata, che opera attraverso logiche di margine e posizionamento di prezzo molto precise. Durante le fasi di inflazione elevata, molte catene hanno aumentato i prezzi per coprire costi crescenti, ma una volta stabilito un nuovo equilibrio, la riduzione dei listini diventa meno immediata perché può ridurre i margini senza garantire un aumento sufficiente dei volumi di vendita.
In molti casi, la concorrenza non si gioca più sul prezzo pieno, ma sulla promozione: sconti temporanei, carte fedeltà e offerte mirate sostituiscono la riduzione strutturale dei prezzi. Questo significa che il consumatore percepisce un rincaro permanente, perché il prezzo “standard” rimane alto e la convenienza dipende dalla capacità di sfruttare promozioni e sconti.
Le strategie di assortimento influiscono ulteriormente: supermercati e discount puntano a prodotti a marchio proprio, che consentono maggiore controllo sulla filiera e margini più elevati, mentre i brand storici mantengono prezzi alti per sostenere posizionamento e investimenti pubblicitari. In questo scenario, la riduzione dei prezzi si concentra su pochi prodotti civetta, mentre molti articoli di uso quotidiano restano stabilmente su livelli più elevati.
Shrinkflation e cambiamento delle abitudini: perché si spende di più anche senza comprare di più
Un elemento spesso sottovalutato riguarda la shrinkflation, cioè la riduzione della quantità di prodotto in confezione mantenendo invariato, o aumentando, il prezzo. Questo fenomeno è frequente in prodotti confezionati come biscotti, snack, detersivi e alimenti pronti, dove una confezione può passare, ad esempio, da 500 grammi a 450 senza che il consumatore percepisca immediatamente la differenza.
La conseguenza è un aumento del costo reale per unità di peso o volume, che si traduce in una spesa più alta a parità di abitudini. Anche quando l’inflazione scende, la shrinkflation non viene quasi mai invertita, perché riportare le confezioni alla quantità precedente comporterebbe un aumento dei costi di produzione e un riposizionamento complesso sul mercato.
In parallelo, le abitudini di consumo sono cambiate: molti nuclei familiari acquistano più prodotti pronti, piatti confezionati, bevande e alimenti trasformati, spesso più costosi rispetto agli ingredienti base. Anche la frequenza con cui si compra al supermercato incide: spese più piccole e frequenti portano a una minore pianificazione e a un maggiore rischio di acquisti impulsivi, con un aumento della spesa complessiva.
In questo quadro, la spesa continua a costare di più anche quando l’inflazione scende perché i prezzi accumulati rimangono, i costi strutturali non tornano ai livelli precedenti e le strategie commerciali puntano più sulla promozione che sul ribasso permanente, mentre fenomeni come shrinkflation e cambiamenti nelle abitudini rendono il rincaro ancora più evidente.
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Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to