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Perché facciamo così fatica a rilassarci

Perché facciamo così fatica a rilassarci

Rilassarsi dovrebbe essere un’azione naturale, legata al bisogno fisiologico di recupero, eppure per molte persone rappresenta una delle attività più difficili della giornata. Anche quando esiste tempo libero reale, spesso si continua a sentirsi mentalmente in tensione, con la sensazione di dover fare qualcosa di produttivo o di non riuscire a “staccare” davvero. Questa difficoltà non dipende soltanto da stress generico o mancanza di vacanze, ma da un insieme di fattori psicologici, biologici e culturali che modificano il modo in cui il cervello interpreta il riposo.

Capire perché facciamo fatica a rilassarci significa osservare come funzionano i meccanismi dell’attenzione, dell’ansia anticipatoria e dell’abitudine alla stimolazione continua, perché è proprio lì che si crea la frattura tra il desiderio di riposo e l’impossibilità concreta di ottenerlo.

Il cervello è abituato a restare in modalità “allerta”

Quando si vive per periodi lunghi sotto pressione, il sistema nervoso tende a stabilizzarsi su un livello di attivazione elevato, che diventa una condizione abituale. In termini fisiologici, il corpo rimane più spesso in una risposta di tipo “fight or flight”, cioè una modalità di allerta in cui aumenta la vigilanza, cresce la produzione di cortisolo e adrenalina e si riduce la capacità di recupero profondo.

Questo assetto non si spegne automaticamente appena finisce l’impegno lavorativo o quando ci si siede sul divano. Il cervello interpreta il silenzio come uno spazio in cui possono emergere problemi non risolti, e quindi mantiene attivi i circuiti della preoccupazione. È il motivo per cui molte persone, appena provano a riposare, iniziano a pensare a ciò che devono fare il giorno dopo, alle scadenze o a situazioni che non controllano.

A livello pratico, questo meccanismo si manifesta con segnali molto concreti: difficoltà a respirare in modo profondo, muscoli tesi, irritabilità, sensazione di non riuscire a stare fermi e bisogno di distrarsi continuamente. Anche il sonno può risultare compromesso, perché l’attivazione mentale impedisce di entrare in una fase di rilassamento reale.

Stress cronico e mancanza di recupero mentale

Uno dei motivi principali per cui è difficile rilassarsi riguarda lo stress cronico, cioè una condizione in cui la pressione non è legata a un evento isolato ma diventa costante. Quando il cervello percepisce che non esiste un momento di reale recupero, smette di considerare il riposo come una fase sicura e lo interpreta come una pausa temporanea prima della prossima difficoltà.

Questo tipo di stress non deriva soltanto dal lavoro, ma anche da dinamiche familiari, precarietà economica, responsabilità continue o mancanza di confini chiari tra vita privata e vita professionale. La mente, in questi contesti, continua a elaborare strategie di controllo e prevenzione, e questa attività mentale costante impedisce un rilassamento spontaneo.

Anche la sensazione di dover essere sempre disponibili amplifica il problema. Se si ricevono messaggi di lavoro la sera o si vive con l’idea di dover rispondere rapidamente a ogni richiesta, il cervello resta in uno stato di attesa. Questa aspettativa continua è sufficiente a mantenere il corpo in tensione, anche quando non accade nulla di concreto.

Un aspetto spesso sottovalutato riguarda il recupero cognitivo: non basta dormire o fermarsi fisicamente, perché il cervello ha bisogno di periodi in cui non deve prendere decisioni, valutare rischi o gestire stimoli.

Il ruolo della stimolazione continua e della dipendenza da input

Molte persone non riescono a rilassarsi perché non sono più abituate al vuoto mentale. La stimolazione costante, prodotta da smartphone, notifiche, social media e contenuti sempre disponibili, ha modificato la soglia di tolleranza alla noia e al silenzio. Quando lo stimolo esterno diminuisce, il cervello cerca automaticamente qualcosa da elaborare, perché si è adattato a un flusso continuo di informazioni.

Questo spiega perché, durante un momento di pausa, si tende a controllare il telefono anche senza una reale necessità. La mente interpreta lo scrolling come una forma di riposo, ma in realtà si tratta di un’attività che mantiene attivi i circuiti dell’attenzione e della ricompensa, impedendo una vera decompressione.

Dal punto di vista neurologico, la stimolazione continua attiva frequentemente il sistema dopaminergico, cioè quello legato alla ricerca di novità. Più si alimenta questo meccanismo, più diventa difficile apprezzare attività lente e rilassanti come leggere, camminare senza musica o semplicemente restare in silenzio.

In molte situazioni, l’incapacità di rilassarsi non nasce da mancanza di tempo, ma dall’impossibilità di restare senza stimoli per più di pochi minuti senza provare disagio.

Senso di colpa e pressione culturale sulla produttività

La difficoltà a rilassarsi è spesso collegata a un fattore psicologico e culturale: l’idea che il valore personale sia legato alla produttività. Quando si interiorizza il concetto secondo cui il tempo deve essere sempre “utile”, il riposo viene percepito come perdita o come attività che va giustificata.

Questo meccanismo produce una forma di tensione invisibile: anche mentre si guarda un film o si prova a dormire di più, si avverte una parte della mente che segnala compiti non svolti. In queste condizioni, il rilassamento diventa un’attività incompleta, perché viene vissuto con un sottofondo di ansia.

Il senso di colpa può emergere anche quando si confronta la propria vita con quella degli altri, soprattutto attraverso i social. Vedere persone che lavorano, si allenano o raggiungono obiettivi può alimentare l’idea che riposare sia un segno di debolezza o inefficienza, anche quando il corpo e la mente hanno bisogno di recupero.

Questo tipo di pressione è particolarmente forte in chi lavora in ambienti competitivi o in chi vive in condizioni di precarietà, perché la percezione di dover “recuperare terreno” rende difficile concedersi pause senza sentirsi in difetto.

Ansia, ruminazione e difficoltà a interrompere i pensieri

In molti casi, rilassarsi è difficile perché la mente è intrappolata nella ruminazione, cioè la tendenza a ripetere pensieri e scenari in modo circolare. La ruminazione non è un ragionamento utile orientato alla soluzione, ma un processo mentale che mantiene viva la preoccupazione, spesso senza portare a decisioni concrete.

Questo fenomeno è tipico di chi ha una predisposizione ansiosa, ma può colpire chiunque durante periodi di forte stress. La mente continua a ripassare conversazioni, errori, possibili conseguenze future o scenari negativi, e questa attività impedisce il rilassamento perché mantiene il cervello in modalità problem-solving.

Un segnale frequente è la difficoltà a godere di attività piacevoli, perché una parte della mente resta agganciata alle preoccupazioni. Anche quando si è in un contesto tranquillo, la percezione interna è quella di una tensione costante.

In questi casi, il problema non riguarda la mancanza di attività rilassanti, ma la difficoltà a interrompere il flusso mentale. È per questo che alcune persone non riescono a rilassarsi nemmeno in vacanza, perché cambiare luogo non cambia automaticamente il modo in cui la mente gestisce l’ansia.

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Annalisa Biasi

Autrice di articoli per blog, laureata in Psicologia con la passione per la scrittura e le guide How to